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mercoledì 21 agosto 2013

C'è chi ucciderebbe per essere un Fantozzi (e del perché Venditti, in una famosa canzone, aveva decisamente torto)


L’altra sera davano Fantozzi su rete 4.
Quante volte avrò visto e rivisto l'intera saga? Almeno un migliaio di volte. E, come me, tanti altri della mia generazione.



Prima dell’avvento del VHS avevo già imparato tutte le battute a memoria (vi ricordate quando si affittavano i film in videoteca? Altri tempi).
Lo guardavo e sorridevo (quasi sempre amaramente) anche quando le sfighe quotidiane del povero ragioniere coincidevano con le mie (e NON perché a 7 - 8 anni facevo il ragioniere, intendiamoci, ma perché ero un bambino goffo e timido e mi si intrecciavano i diti un po’ come a tutti i bambini pressappoco della mia generazione che non andavano dallo psicologo e non sputavano in faccia alle maestre e non facevano calcio, nuoto, danza, karate a differenza dei bambini di oggi che invece si fumano pure le sigarette drogate e sono alcolizzati a 12 anni mentre noi lo diventavamo solo verso i 16-17  N.d.: Tantilughicomunimamicatanto). 

Anche i miei amici lo guardavano, sorridevano e avevano imparato le battute (non bene come me ovviamente, che sono artista dentro fuori e tutt’intorno… ma si potevano imbastire lo stesso delle scenette).
La stessa identica cosa valeva addirittura per mamma e papà… che però, essendo impiegati (no, non nella Megaditta), forse avevano meno ragioni di ridere… visto che indirettamente si parlava di loro, della loro generazione e della loro realtà lavorativa.  Una realtà che attualmente non esiste più (o quasi).

A pensarci bene oggi, a mente fredda, con gli strati sedimentari della storia ben depositati fra noi e la prima volta che abbiamo visto il ragionier Ugo, la saga fantozziana è qualcosa di molto di più del ritratto o, se vogliamo, della caricatura di una certa classe lavorativa, di una certa Italia, di un certo periodo storico e di certe tipologie umane. Hanno già scritto un discreto numero di libri su quest’argomento e ci sono fonti molto più autorevoli della Mia  Arrogant Opinion  che hanno sviscerato adeguatamente il fenomeno e ne hanno fatto l' analisi sociologica.
Lo stesso Villaggio ne ha parlato in numerose interviste.

Però quello che mi chiedo io è:
Se la serie era (e resta) un’AGGHIACCIANTE affresco di miserie umane, immerse nel calderone di un Paese ogni giorno più ridicolo nel quale noi stessi ormai affondiamo senza neanche più riuscire a galleggiare (dato che la merda sale giorno dopo giorno ed è arrivata ben oltre il nostro collo) perché, perché ci strappava una risata o quantomeno un sorriso? Insomma, cosa cazzo avevamo da ridere? Perché ridevamo?

Ho provato a darmi delle risposte.
Secondo me è perché eravamo convinti che non saremmo mai e poi mai diventati come lui. Perciò lo potevamo guardare. Perciò lo potevamo sopportare. Perciò si poteva sorridere: si stava parlando di altri, mica di noi. Sì, a volte il ragioniere era simile a noi. A volte quelle cose che capitavano a lui succedevano veramente in questo Paese. Ma non ERA noi… e tanto ci bastava quella strana consapevolezza immotivata. Lui al massimo poteva essere i nostri genitori, la generazione precedente insomma… i vecchi, patetici bigi (cit.).

Per noi (intendo quelli della mia generazione) era lecito avere ben altre aspettative dalla vita. Potevamo spegnere la tv (meglio tenerla accesa però e guardare le ragazze pettorute del Drive In o di Colpo Grosso) e lasciare Fantozzi al suo circolo vizioso e catastrofico; a noi invece era concesso sognare.

Non so bene chi ce l’abbia lasciato credere. Forse il benessere che c’era prima in Italia (e del quale, comunque, non ci accorgevamo, forse perché volevamo sempre di più, perché ci mostravano che si poteva -e si doveva- avere sempre di più); forse è colpa della famiglia… sì, in questi casi si da sempre la colpa alla famiglia. 


Però io lo so benissimo che non possono aver agito da soli.

Ora, lasciamo stare Fantozzi e pensiamo  alla situazione economica e lavorativa attuale del Paese Italia. Guardiamoci intorno, senza paraocchi.

[segue analisi socio-economica non richesta e probabilmente sballata, potete saltare questo paragrafetto o infliggervelo: cazzi vostri… N.d.A.]

No, non vi dirò: guardate come siamo ridotti ADESSO da quando c’è “lacrisi”; non userò il termine “crisi”… perché, oltre ad essere un termine particolarmente paracoolo che mistifica la vera natura delle cose (come anche tanti neologismi figli del politically correct a tutti i costi) viene sempre usato a sproposito ed in maniera strumentale e quindi l'ABORRO con tutte le mie forze. Dire “crisi” per me non vuol dir nulla. Secondo me la “crisi” altro non è che una fase (una fase, NON il culmine) di un lentissimo decadimento economico e culturale che va avanti da decenni, e non una specie di catastrofe che ci è piombata fra capo e collo da un paio d’anni (come invece spesso sembra, a sentir parlare i sapientoni e/o politici vari ed eventuali alla tv). Non è una cosa cominciata all’improvviso con l’entrata in Europa e l’avvento dell’Euro. Io preferisco dunque la definizione “lento decadimento” (e, personalmente, almeno per quanto riguarda l’Italia, lo colloco fra l’inizio del primo taglio dei quattro punti percentuale della Scala Mobile - poi, nel 1992 verrà abrogata definitivamente- e la caduta del muro di Berlino). 

Insomma, problemi di definizione a parte; chiamatela crisi, chiamiamolo lento decadimento… la sostanza non cambia: guardiamo come siamo ridotti ADESSO. E traiamo le ovvie conclusioni. 

Appurare la realtà di questo decadimento mi porta di conseguenza ad un'altra, triste considerazione: penso che oggi come oggi c'è gente che ucciderebbe per essere un Fantozzi. Fantozzi aveva la sicurezza del posto fisso e sapeva quello che doveva fare. Il fatto che gli andasse sempre tutto storto era una cosa quasi rassicurante, tanto per lui quanto per noi. Non ricordo le parole precise, ma lo stesso Villaggio disse, in un’intervista, che in fondo Fantozzi era felice nel suo servilismo: con tutta la sua mediocrità aveva trovato comunque un ruolo preciso nel mondo.

Ora, lungi da me esaltare la mediocrità ed il servilismo, penso però, con una certa amarezza, a quanto la realtà per così dire “impiegatizia” (ma pure quella operaia, eh) sia stata, in passato, spesso dileggiata e presentata addirittura come uno dei peggiori mondi possibili. Il fatto stesso che la mia generazione sia stata indotta a crederlo e poi si è scontrata con una realtà ben più dura (abbiamo scherzato ragazzi: Babbo Natale non esiste. Fate la guerra fra poveri. Fate la guerra con gli immigrati. Fate la guerra con i vostri padri e affondate le manine bene bene nella merda, dai, non siate choosy) è come ammettere con una franchezza disarmante che siamo andati BEN OLTRE LE PEGGIORI ASPETTATIVE del catalogo PEGGIORI ASPETTATIVE palesatoci da piccoli (nel catalogo MIGLIORI ASPETTATIVE c’erano invece: manager, broker, astronauta, ballerina).

 A tal proposito, mi viene spesso in mente il verso di una canzone di Antonello Venditti (Venditti. Embè? C’ho una cultura musicale a 360°, io) “Compagno di scuola”.

Recita così:
“Compagno di scuola, compagno di niente
ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente
ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?” 
Cioè. Ti sei SALVATO (sei colluso col sistema, si prospetta la dannazione eterna) o sei andato a lavorare in banca PURE tu (cazzo, non c’e l’ho fatta a realizzare i miei sogni. Mi ritrovo sul groppone moglie e figli, me sa che me tocca annà allavorà n‘banca… eh, sì, è un ripiego, però… oh, pe’ fortuna ritrovo tutti j’amichi!).
Cioè. Come se lavorare in banca fosse una cosa brutta tipo come fare la baby prostituta in Thailandia (fascia serale: grande inchiesta con testimone di spalle, voce falsata e testa pixellata che spiega ai telespettatori come le ragazzine si vendano per un quaderno di scuola e delle penne). Come se fare l’operaio fosse una cosa brutta  tipo come morire di fame in Africa (ora di pranzo, stacco pubblicitario: scorre l’immagine del bambino nero con la pancia piena d’aria, divorato dalle mosche - sentitevi in colpa e adottate dunque un bambino a distanza!).
Cioè: il peggiore dei mondi possibili, i peggiori mondi possibili, insomma.

Cristo... bisogna essere proprio ricchi per potersi permettere di ragionare così.

Ma sapete cosa c’è? C’è però che io sono un po’ diverso. 
Sono un animale strano.
Sono un cane sciolto.
Non lavoro in banca, non lavoro in fabbrica, non faccio il ragioniere.
Sono un disegnatore di fumetti.

E quindi, tutto sommato, di certe problematiche me ne sbatto.



Stefano "choosy" Santoro. 





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