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giovedì 20 marzo 2014

ALL APOLOGIES

Ho una quindicina di post in sospeso che non riesco mai a finire. 

Comincio a scrivere qualcosa che mi sembra convincente e abbastanza stringato, poi arriva un'idea e poi un'altra e un'altra ancora... e così uno scritto di dieci righe diventa lungo e contorto quanto il discorso di un filosofo esistenzialista sotto acido.

Il guaio è che più scrivo e più mi allontano dal nocciolo originale. 


Ho pensato che la stessa identica cosa mi succede quando provo a colorare; più sfumature aggiungo, più velature ed effetti inserisco e più l'immagine sembra perdere efficacia. E' come avere una sorta di balbuzie creativa: intravedo un milione di possibilità espressive e ne rimango sopraffatto; piuttosto che sceglierne una e percorrerla a capofitto come se fosse l'unica cosa da fare, resto ai blocchi di partenza, quasi paralizzato.
Illustrazione (splendido esempio di sintesi) di MIYAMOTO MUSASHI, spadaccino e pittore giapponese.


E butto via illustrazioni, scritti, strisce, fumettini, tentativi di quadri. Troppe cose che non vedranno mai la luce.

E poi, inevitabilmente, mi sento in colpa.
Mi sento in colpa verso me stesso perché, come ogni artista, sento prepotentemente l'esigenza di esprimermi. 
Mi sento in colpa verso gli altri perché credo di avere tante capacità che non sfrutto.
E poi, di nuovo, in colpa verso me stesso, perché penso il tempo che impiego a cominciare cose che probabilmente non finirò mai, potrei impiegarlo in maniera più costruttiva e redditizia.


E poi, inevitabilmente, razionalizzo, me ne frego. O meglio: ci provo, a fregarmene.
Mi racconto (con la voce di Crozza che imita Razzi quando mostra il suo lato oscuro) che a nessuno in fondo gliene frega un cazzo di quello che dico o che penso, che là fuori ci sono milioni di persone che sanno fare pressappoco quello che faccio io, alcuni decisamente anche molto meglio di me. 
Quindi perché sbattersi tanto? Tutto sommato non sono altro che una goccia in quella moltitudine...

Non più dunque l'esponente di una classe ristretta, elitaria e culturalmente all'avanguardia, quanto piuttosto minimo comun denominatore di una categoria ormai decisamente ordinaria e fin troppo numerosa per distinguersi, con troppe poche idee per fare la differenza, troppo frivola nei contenuti e sempre più livellata alla società dalla quale non è più in grado di emanciparsi.
E che ormai non può più proporre nulla di nuovo o comunque migliore di tutto quello è già stato fatto in passato.
E' inevitabile: il peso della Storia (e non solo della storia dell'Arte) ci schiaccia e tutto quello che possiamo fare è contemplarci l'ombelico o al massimo farci i pompini a vicenda su facebook, commentando questo o quell'esercizio di stile. Né più, né meno.
Quindi... perché sbattersi tanto?  

Ma forse sto solo cercando delle scuse. Delle scuse per le mie mancanze. 
Forse ho solo bisogno di preparare  un alibi (di carta) per il mio prossimo fallimento. L'alibi che però mi permetterà di andare avanti un altro giorno.
E quando l'alibi si sgretolerà, piuttosto velocemente (ma non tanto velocemente quanto si sgretolano le vostre maschere) ne preparerò un altro. E poi un altro. E un altro ancora...  

Si può vivere così? Solo una manciata di giorni per volta e non di più, accumulando alibi e dissipando i giorni? Alibi che puoi sostituire quando si sgretolano mentre non puoi fare nulla per i giorni che scivolano via, inevitabilmente, come sabbia fra le mani? 
Non lo so. 

Però di una cosa sono certo: il processo creativo, quello vero, autentico, prevede una ricerca che quasi sempre si trasforma in un calvario. 

Togliamo pure il quasi.

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