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sabato 18 giugno 2016

IL MORSO DEL RAMARRO

D'estate tutti a criticare la gente che non si lava, ma vogliamo parlare degli aliti fognati per trecentossantacinque giorni l'anno?
Quando poi una signora non esattamente pulita, con un alito non proprio al gelsomino, ti si siede vicino sul treno e parla per un'ora e mezza ININTERROTTAMENTE con una collega di lavoro (due maestre... o due professoresse, boh!) del N.U.L.L.A. (oh, ma 'sta gente qua c'ha un sacco di problemi, sapete?!? Quasi quanto noi poveracci che stiamo impelagati nella libera professione), capisci che le palle d'acciaio che ti contraddistinguono possono sì sopportare la puzza, l'arsura, la sporcizia generale delle persone e del vagone, la bruttezza del paesaggio scorrevole, la musicadimmerda ovattata che esce fuori dalle cuffiette di ragazzi vestiti come gangsters losangelini... ma il chiacchiericcio inutile, fatuo, insinuante, gossipparo, approssimativo, autoreferenziale, autoassolutorio che ti ammazza i neuroni E TU PUOI SENTIRLI MORIRE AD UNO AD UNO LENTAMENTE, no, proprio no.

Quindi resisti (è una vita che sei abituato a resistere), sei così stoico e abbastanza ragionevole da capire che non sei il padrone del TRENO,  sai che non puoi rompere le palle alla gente perché parla in un TRENO (anche se le buone maniere vorrebbero che in un TRENO si parlasse perlomeno a voce bassa... seee, vabbé) ma sai anche che, stoico o non stoico, se questa tizia continua (sono già tre quarti d'ora che parla e non è stata zitta otto secondi di seguito... BRUTTA MEDIA, PERDIO!) prima o poi farai o dirai quella cosa che ti rende nemico del novanta per cento dell'umanità e ti impedisce di avere rapporti sereni con... praticamente chiunque.
Incontri lo sguardo di un signore nel sedile a fianco al vostro, di fronte a te, e capisci al volo l
'afflizione nella ruga sulla sua fronte, quegli occhi rassegnati che sembrano dire "ma quali peccati ho commesso per meritarmi tutto ciò?".

Ti ho capito al volo, uomo. Come ogni giorno che Iddio manda in terra, ti sei alzato presto per andare al lavoro, come ogni fottuto giorno ti fai un culo così e poi la sera torni a casa da tua moglie, pensi che ti rilasserai, magari ti godrai un po' di svago. Ma poiché non hai sofferto abbastanza, lei stabilirà che bisognerà per forza discutere di qualche faccenda importantissima per il suo equilibrio psicofisico di Donna-Moglie-Madre o di qualche altro gravissimo problema esistenziale che ne salta sempre fuori uno nuovo ogni giorno.
Ti capisco, pover'uomo e povero servo della gleba¹.
Pure tu, come me, sei un povero Cristo che dirà sì e no una trentina di parole... L'ANNO.


No, non posso più sopportare il tuo dolore e il mio, sommati in una combo micidiale². Quindi decido di agire, pur sapendo che me ne pentirò amaramente. Le dico, con la voce più calma che posso:

"Signora, scusi, mi farebbe una cortesia? Potrebbe stare zitta per dieci minuti? Dieci minuti consecutivi. Non le chiedo altro".

Abbozzo pure un sorriso (ma quando sorrido io, sembro uno squalo). Lei rimane interdetta per qualche istante (la collega intanto mi guarda di sbieco, nascondendo la bocca sotto la mano) e poi fa una faccia come se una vipera le avesse mozzicato il culo, tipo... non so, avete presente quel quadro di Caravaggio con il ragazzo morso da un ramarro? Ecco, fa quella faccia lì.
Ma dura tutto pochissimi fotogrammi. Si ricompone velocemente, riacquista quel piglio tipico da insegnante; quel piglio tipico di chi è molto più abituato a parlare che ad ascoltare.

Mi dice, gelida, che non siamo mica in una chiesa, che, una chiacchiera, ma cosa vuoi che sia, che sono stato un po' cafone ed impertinente (I.M.P.E.R.T.I.N.E.N.T.E. una frase che non sentivo dall'ottantaquattro, tipo) a dire quello che ho detto (ma come si permette 'sto buzzurrocafonetatuatopelatobarbatopalestrato?!?). Ci tiene solo a rimarcare il suo stupore mantenendo, per qualche istante, la bocca aperta a forma di "O" alla fine di ogni frase, quando cerca il contatto visivo con l'amica sua fidata³ (che, chiaramente, annuisce).

Morale della storia? Volevo farla stare zitta un attimo, ma è riuscita a parlare fino alla fine del viaggio (poi per fortuna siamo arrivati!) addirittura SUL PERCHÈ invece non dovesse affatto starsene zitta, che io non avevo nessun diritto e bla bla bla (poi qualche neurone si è proprio suicidato ed il mio juke box mentale ha alzato il volume automaticamente PER SALVARMI!- Quindi non ricordo le parole precise). Quando scendo dal treno penso solo che in questa vicenda ci sia una qualche strana, assurda metafora dell'esistenza e che, chiaramente, non riuscirò mai a metterla a fuoco.

Poi mi vengono in mente le parole di Antonio Rezza: "la solitudine non è una disgrazia, ma una grazia di Dio! Simo noi che stamo bene, simo noi..." ⁴.

¹servi della gleba: in riferimento alla canzone omonima di Elio e le Storie Tese
²Avete notato? Sono passato dalla seconda persona singolare alla prima. All'inizio riflettevo, adesso sto passando all'azione.
³la frase "l'amica sua fidata" si riferisce alla canzone "Che cos'è l'amor", di Vinicio Capossela.
⁴Mi riferisco allo spettacolo teatrale "Gidio".



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