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ESPERIENZA PERSONALE E LA MIA (INUTILE?) OPINIONE SUL COSIDDETTO BONELLI-GATE

L’ESORDIO IN SBE: UN BENVENUTO PARADOSSALE

Il primo giorno del mio primo incarico in Bonelli, ricevetti una telefonata dall’allora curatore di testata sulla quale dovevo lavorare.  Non ricordo le parole esatte che mi disse, ma il succo del discorso era: “lavora adesso che il lavoro ancora c’è; anzi… comincia da ora a guardarti intorno”. Traduzione: Il primo giorno del mio primo incarico in Bonelli, già mi si diceva che dovevo trovarmi un altro lavoro.


Proprio le giuste parole d’incoraggiamento da dire ad uno che, con fiducia e dedizione FERREA, aveva mandato alla casa editrice tavole di prova su tavole di prova… per ben DODICI/TREDICI anni consecutivi.

Pensai: “se la barca sta davvero affondando come dici, perché mi fate salire a bordo?”.

LA COSIDDETTA GIG ECONOMY MASCHERATA DA COLLABORAZIONE ARTISTICA.

La casa editrice mi aveva inviato a casa una busta, contenente ciò che può essere definita una lettera d’incarico. TEORICAMENTE, questa lettera avrebbe dovuto sancire una collaborazione fra me e la SBE per dieci anni.  All’atto pratico però, si rivelava una semplice scrittura privata che non mi garantiva alcun diritto (come poi mi hanno confermato sia il consulente del lavoro che il commercialista).
Ve lo dico chiaramente, in modo che anche quei pochi che ancora non hanno capito, capiscano: i disegnatori, anche se lavorano per dei colossi dell’editoria, non hanno ferie, malattia o TFR.
In Italia è così, all’estero… non saprei.

Malgrado questo, ho fatto tutto ciò che mi è stato richiesto al massimo delle mie possibilità: matitista, inchiostratore, disegnatore completo… sono stato sballottato da una testata ad un’altra con incarichi diversi (anche nel bel mezzo di albi già cominciati…), senza bucare mai una scadenza e senza lamentarmi mai.
Che strano, vero? C’erano giorni in cui ero totalmente invisibile, un numero in un equilibrio precario dove l’aria che respiravo suggeriva che… “quella è la porta”. Poi, improvvisamente, arrivava il progetto critico, la scadenza impossibile, o la necessità di affiancare e sostituire figure storiche. In quel momento, magicamente, quel “numero” tornava ad avere un nome e un’importanza vitale. Anche quando il supporto e la supervisione della casa editrice A VOLTE latitava o c’erano delle carenze nella documentazione e nelle sceneggiature.

Dico queste cose non per “farmi bello” e ricevere complimenti in maniera paracula e cialtronesca (o, peggio ancora, elemosinare compassione tramite social… io disprezzo chi lo fa), ma perché bisogna dire la verità e ricordare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che quelli della mia generazione sono cresciuti col mantra del “lavoro duro” e “se ti impegni e sei bravo, farai carriera e durerai”. 

A ripensarci adesso mi viene da ridere (…quando non mi viene da piangere).

FUORIUSCITA “SOFT” O GHOSTING PROFESSIONALE?

Sono andato avanti così per circa cinque o sei anni, mentre il tempo fra un incarico ed un altro si dilatava progressivamente, fino quando mail e telefonate non sono arrivate più. Ho provato a chiamare in redazione, a chiedere spiegazioni, ma indipendentemente da chi fosse il mio interlocutore, ricevevo sempre le stesse risposte: “C’è crisi di qua, c’è crisi di là, abbiamo tante storie in magazzino da smaltire, la settimana prossima dobbiamo fare una riunione per stabilire se chiudere la testata X o la testata Y” (passavano mesi e poi anni, ma l’esito di queste fantomatiche riunioni non si conosceva mai… n.d.A), guardati intorno (come al solito: cercati un altro lavoro… n.d.A), ecc. ecc”.


E così, ad un certo punto, semplicemente mi sono stufato di stare lì ad elemosinare l’attenzione di intermediari (sì, perché con chi può davvero decidere del tuo destino professionale, è praticamente impossibile interloquire…), che non avevano le palle di dirmi che non servivo più (nonostante un premio nazionale vinto con un albo dove avevo fatto il matitista… premio del quale la redazione non si era neanche presa la briga di avvertirmi). 


Oggi, sento parlare di cinquanta o ottanta autori ai quali è arrivata una mail che sancisce l’interruzione della collaborazione fra loro e la SBE. Tralasciando il fatto che non sapremo mai esattamente quanti sono, finché non saranno loro stessi a palesarsi pubblicamente… direi che in una sola cosa sono stati più fortunati di me: l’hanno saputo in una maniera chiara ed inequivocabile (ergo: a differenza mia, non sono stati ghostati).

 
In merito alla crisi della casa editrice e alle voci allarmistiche che ne ipotizzano la chiusura invece, suggerirei una maggiore cautela.

COSA MI SCONVOLGE, ALLORA?

Ciò che mi sconvolge non è il “licenziamento” di collaboratori mai - di fatto- tecnicamente assunti, né che la SBE, in quanto azienda privata, sia libera di attuare le proprie politiche di tagli e compensi.
A colpirmi è piuttosto il cinismo di chi considera tutto questo normale e applicabile indistintamente ad ogni contesto lavorativo.

Per alcuni è facile dire che questi collaboratori avrebbero dovuto tutelarsi, cercarsi un’attività lavorativa parallela o altre fonti di rendita. Giusto, sacrosanto dirlo… tenendo conto delle informazioni che possiamo avere OGGI.

Ma dovrebbero provarci loro a realizzare novantaquattro o centoventi tavole complete in soli quattro o sei mesi, restando chinati su un tavolo da disegno — o peggio, su un tablet — per anni e anni consecutivi. Sarebbe interessante riparlarne con disegnatori di ormai quaranta, cinquanta, sessant’anni, con la schiena a pezzi e la vista di Mr. Magoo, mentre l'intelligenza artificiale prende il sopravvento su TUTTE le professioni, in un paese fallito e morto come l’Italia. Chissà quanto sarebbe eccitante, divertente e stimolante, in un contesto del genere, ricevere una mail che tronca una collaborazione lavorativa durata magari la maggior parte della propria vita adulta.
Chi lancia certi giudizi sprezzanti, messo nella stessa situazione, probabilmente non durerebbe una settimana; faticherebbe persino a trovare il tempo per andare a pisciare.

Sono sconvolto anche da chi finge stupore nell’apprendere che in SBE (come in molte altre realtà lavorative, intendiamoci…) ci siano gruppi di persone praticamente intoccabili e inamovibili che guardano queste crisi perenni solo da lontano, mentre decidono chi altri può salvarsi e chi no. Costoro godono di maggiori tutele contrattuali, lavorano a compartimenti stagni e difendono il loro fortino con le unghie e con i denti, mentre fuori succede di tutto.

Nel frattempo il disegnatore, che dovrebbe essere la spina dorsale di una casa editrice di fumetti, viene invece trattato con sufficienza, come un piccolo ingranaggio a volte sì, funzionale al sistema, ma tutto sommato trascurabile… perché facilmente sostituibile.
Il fumetto, che dovrebbe nascere dall’incontro di professionalità diverse per creare qualcosa di nuovo (e, talvolta, artisticamente rilevante), finisce così per essere ridotto a una catena di montaggio in cui il disegnatore  è quasi sempre solo un mero esecutore di ordini e talvolta addirittura il capro espiatorio di prevedibili insuccessi.
 
MA LA COLPA E’, IN PARTE, ANCHE DEI DISEGNATORI STESSI.

La categoria dei disegnatori, infatti, non è mai stata capace di unirsi per fare massa critica. Anziché rivendicare i propri sacrosanti diritti, molti hanno preferito fare gli aziendalisti senza contratto e i sudditi più realisti del re, accontentandosi delle briciole. E adesso vengono spianati senza pietà (giustamente, secondo alcuni…) mentre un brivido di piacere erotico solletica i tanti wannabe (mai pubblicati nemmeno sul giornalino della scuola…), che restano a guardare questo sfacelo da dietro un monitor e una tastiera.

Quando si coltiva l’amichettismo al posto della lotta di categoria, questi sono i risultati.
 
POSSIBILI SCENARI FUTURI DELLA SBE.

Qui si entra nel campo delle ipotesi. Io non credo affatto (né auspico, in alcun modo) che la SBE chiuda. Credo che certamente sarà costretta a ridimensionarsi un po’ (qualcuno addirittura ipotizza la sua acquisizione da parte di un’altra azienda… non saprei); ci saranno sicuramente dei tagli, degli aumenti dei prezzi, dei cambiamenti di periodicità per alcune testate e nuove possibilità di fruizione per altre, nuovi gadget… ma i loro personaggi esisteranno per sempre.

A differenza di quelli che li hanno creati e a tutti quelli che hanno contribuito a portarli avanti. 

Per il futuro, mi auspico che la SBE impari a fare la pubblicità ai suoi prodotti e curi meglio la comunicazione sul web, visto che alcuni (ALCUNI) dei suoi… “rappresentanti”, si comportano in maniera un tantinello sprezzante e arrogante sui social; finendo per allontanare i lettori.

UN MONITO PER I GIOVANI:

Quand’ero giovane io, tante cose non si potevano sapere (non c’era internet) e si viveva in un’Italia profondamente diversa da quella di oggi. Tante decisioni venivano prese sull’onda di una fiducia nel futuro che sembrava non avrebbe potuto tradirci mai.
Adesso che però tante cose si sanno, adesso che ci si può informare liberamente (sempre al netto delle fake news ed adoperando un sano discernimento), vi chiedo: avete ancora voglia di fare i fumettisti in Italia? Non so come funzionano i mercati esteri (sinceramente non credo che altrove le cose siano poi tanto meglio che da noi), ma veramente avete voglia di mettere la vostra vita nelle mani di un gruppo di signori che non sanno neanche fare una “O” col bicchiere ma che, fatalmente, possono decidere del vostro destino professionale? Pensateci, ma pensateci bene.         

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